Negli ultimi decenni la Scuola italiana è stata ripetutamente e compulsivamente oggetto di riforme e progetti didattici integrativi che hanno investito sia la c.d. scuola dell’obbligo che, a seguire, il mondo dell’Università.
Si è trattato di interventi che hanno profondamente segnato il ruolo attribuito alla Scuola, ampliandone aree di intervento e -conseguenti- responsabilità. Anche le finalità della Scuola sono state riviste, riorientandole da una visione incentrata sulla piene formazione dell’individuo ad una prospettiva fortemente influenzata dal mercato del lavoro, dai suoi tempi e dalle sue necessità.
I cambiamenti intervenuti nel ruolo della Scuola e nelle sue finalità si sono riverberati, a cascata, in una ridefinizione del ruolo dei docenti e in importanti modifiche nella didattica e nelle materie d’insegnamento.
A distanza di qualche decennio, quali sono stati i risultati di tutte queste “riforme”, quale bilancio è possibile fare? Le cose, complessivamente, sono migliorate oppure no?
La risposta è no, le cose non sono sicuramente migliorate. A nostro avviso sono anzi peggiorate e sono peggiorate in modo preoccupante. Un diplomato o un laureato nel 2024 ha un bagaglio di conoscenze qualitativamente inferiore rispetto al passato, fa difficoltà a comprendere appieno un testo scritto, fa ancora più difficoltà a rielaborare autonomamente i contenuti. Ha un lessico più povero e, per ciò appunto, minori possibilità di concettualizzare problemi (e possibili soluzioni). E’ una situazione confermata da molti studi e, purtroppo, largamente presente in molti Paesi occidentali.
Non bastasse l’evidente declino cultural-cognitivo, un altro grosso problema si è aggiunto negli ultimi anni ad aggravare la situazione ed è rappresentato dalla oramai piena permeabilità della Scuola a mode, ideologie e/o addirittura a progetti politici del momento. Il Patto -non scritto- di tenere la Scuola fuori e al riparo dalle diatribe del contingente è con tutta evidenza andato in mille pezzi ed è sufficiente un qualsiasi episodio di cronaca per pretendere -ed ottenere- la mobilitazione di studenti e professori su argomenti del tutto estranei al contesto scolastico.
Ancora più grave appare questa permeabilità quando lo stesso materiale didattico (es. i libri di testo) recepisce ed integra le parole d’ordine più in voga, rimodellando teleologicamente i propri contenuti. Nel caso, poi, dell’Università è oramai di prassi la presenza delle Aziende -quasi sempre multinazionali- addirittura nel ruolo di decisore a fianco o, spesso, al posto del soggetto pubblico. Di fatto seppellendo ogni anelito di indipendenza ed autonomia della ricerca accademica.
Se completiamo il quadro con un ambiente extrascolastico caratterizzato da un’impressionante serie di problemi (uso di droghe, alcolismo, violenza, alienazione tecnologica, comparsa e sviluppo di gravi patologie, fisiche e mentali, etc.), ci rendiamo conto che gli adolescenti di oggi si trovano a dover reggere una quantità di attacchi -alla loro psiche, alla loro anima e al loro corpo- senza precedenti.
E’ una situazione estremamente grave.
Ed ancora più grave ci è sembrato il silenzio e la rassegnazione con la quale molte famiglie accettano questa situazione.
Nell’immaginario collettivo l’adolescenza rappresenta la primavera della vita, un Aprile, diciamo, carico di meraviglie, di promesse e di speranze. Da molti, troppi anni, invece, l’Aprile dei nostri ragazzi ha smesso di essere la bellezza e la vita che sboccia.